• Mari

campeggia ecotransfemminista multispecie ad agripunk

Aggiornamento: 3 gen

Racconto della giornata aperta del 10 luglio 2021 durante la campeggia ecotransfemminista multispecie ad AGRIPUNK che abbiamo portato a LA ZAD e da raccontare a chi vuole camminare domandando

La campeggia e la giornata sono state organizzate dalle assemblee transterritoriali Corpi e Terra e Libere soggettività trans* di Non una di meno Italia



Noi arriviamo alla scrittura di questo testo dopo un percorso di una settimana nella campeggia ecotransfemminista multispecie ad AGRIPUNK e portiamo alcune parole:

giustizia ecosistemica, giustizia multispecie, giustizia riproduttiva, intersezionalità, transfemminismo, decolonialità e liberazione a cui vorremmo aggiungere quelle che incontreremo qui ....




Video di Eva Sassi Croce


Il nostro più che un dire vuol essere un domandare a partire da alcune affermazioni in cui ci riconosciamo e che sono sempre e comunque situate in un pensiero ecotransfemminista multispecie di persone che vivono attualmente in Europa.


La violenza strutturale del sistema si radica nella cultura ciseteropatriarcale e impone la sua riproduzione attraverso le norme binarie e le gerarchie di razza abilismo, genere e specie. Il patriarcato è il sistema di oppressione politico, economico, culturale e religioso che conferisce privilegi agli uomini “cishet” sugli altri corpi ed ecosistemi. Capitalismo e colonialismo ne condividono la matrice oppressiva che si ripete nei territori e nel tempo. Privilegi e gerarchie producono razzismo, sfruttamento, repressione e discriminazioni nei confronti delle donne e di tutte le persone che si sottraggono alle norme di genere (trans, travesti, persone non binarie, intersex e +) e di orientamento sessuale (lesbiche, pansessualə, asessualə, poliamorosə, gay, e +).

E' necessario partire da sé, dalla consapevolezza dei privilegi e dalle scale di oppressione per costruire quell'intersezionalità necessaria ad una lotta ad un capitalismo sistemico che non può più essere settorializzata. Camminare domandando, ascoltare con la mente ma anche sentire con tutti i sensi. Possiamo avere radici o anche stare nel margine in quel decentrarsi che spinge all'azione.




video di Malis Pirritano CorpAgriRitmic (laboratoria svolta durante la campeggia


La prospettiva è la liberazione per tuttu che si lega fortemente a pratiche di resistenza ma anche alla costruzione di alternative. Il nostro esserci con i corpi, le nostre relazioni, il nostro parlare e soprattutto il nostro ascoltare, l'apprendere dalle altre pratiche di lotta e di resistenza, il contaminarci è fondamentale. C'è sempre una grande resistenza politica alla diversità quando viene affermata.

Lo spazio politico va liberato per dare voce, forza ed espressione politica a tutte le diversità. Non c'è liberazione per nessun∂ se non ci liberiamo tuttə.

Ed ecco le riflessioni che vorremmo portare all'incontro con la caravana zapatista ma anche oltre negli spazi che attraversiamo nei nostri territori:


  • Autorappresentazione, narrazione e potere. L'essere umano ha vissuto un processo determinato dalla sindrome del divino, un'autorappresentazione del proprio potere che lo porta a pensare che si possa disporre di altri corpi e si possa considerare il tutto come "risorsa". Non è Dio ma l'uomo che ha fatto dio a sua immagine e somiglianza. Ha deciso di autonarrarsi come "homo sapiens" per legittimare e giustificare qualsiasi forma di dominio e potere esercitato e deresponabilizzarsi. In fondo il suo potere sta nello scettro, quello scettro che non poteva essere passato ad una donna, quel bastone che ha colpito altri corpi anche più forti ma "senza armi". Definire risorse gli elementi naturali esprime una visione antropocentrica dell'umano come padrone del tutto e non abitante del pianeta al pari delle altre specie. Come possiamo costruire un mondo "en el que quepan muchos mundos"? Come rompere quella gerarchia di potere imposta sulle altre specie che è il paradigma della gerarchia di potere e di oppressione anche tra gli animali umani?


  • Patriarcato e specismo. Ci siamo chiestu se il capitalismo fosse la radice di tutti i mali o solo la punta dell'iceberg. Non è forse la gerarchia di specie il primo e più profondo grado di subordinazione? Se l'animale è identificato come essere inferiore allora anche l'animalizzazione dei corpi umani può essere usata per facilitarne lo sfruttamento, l'incarceramento, il manicomio o il TSO, la psichiatrizzazione, la tortura nei luoghi di detenzione e l'uccisione come gli assassinii costanti di persone migranti nel Mediterraneo. La medicina psichiatrica si è fatta strumento nelle mani del potere istituzioni, creando di fatto il confine tra il normale, colui che è parte della norma, e l'anormale, chi si ribella alla norma, reprimendo le diversità e le non conformità. Definire chi non segue le norme come “animale”, oltre che privarlu della propria soggettività e autodeterminazione, dà la possibilità di normalizzare la repressione violenta e il genocidio anche di interi popoli. Trovare punti di connessione tra femminismo e antispecismo è quello che da anni facciamo come ecotransfemministə! Il parlare dei corpi tutti rende possibile l'assunzione delle parole genocidio, tortura, stupri per indurre alla riproduzione, deprivazioni alla nascita, sfruttamento anche per gli animali non umani. Queste violenze hanno un'identica matrice strutturale e culturale. Perché allora le riconosciamo e combattiamo, attraverso le nostre lotte, solo se agite su corpi umani? C'è stata all'inizio l'illusione che in questa critica radicale al sistema da parte dei movimenti si potesse determinare una maggiore attenzione alla questione animale. Ma la liberazione animale continua ad essere lasciata ai margini. Perché nel momento in cui vogliamo indagare il privilegio di specie i movimenti, anche più antagonisti, si bloccano?


  • Decolonizzazione ed eurocentrismo: La decostruzione del colonialismo introiettato è un processo individuale e collettivo che nasce dalle sollecitazioni del femminismo decoloniale, indigeno e nero. Di decolonialità si sta incominciando a parlare anche nel movimento transfemminista in Italia. C'è anche una colonialitá intrinseca nel femminismo occidentale? Il colonialismo non è mai finito. Come possiamo partire da noi, dalla comprensione del passato/presente coloniale in Italia (colonizzazione sia esterna che interna) per connetterci con altre lotte decoloniali? Non è forse ora di sostituire la pratica della solidarietà verso le altre lotte con il concetto di responsabilità collettiva come in quella, ad esempio, contro le multinazionali del capitalismo globale? Non è forse il momento di assumere anche nei nostri territori il concetto di terricidio e l'obiettivo del buen vivir nella costruzione di alternative? Ce lo insegnano il movimento NO TAV contro l'alta velocità, no TRİV contro le trivellazioni per il petrolio, le lotte per la ripubblicizzazione dell'acqua e della sanità, i percorsi rurali che oltre ad offrire un cibo migliore e a recuperare i semi antichi difendono terre divenute fragili a causa delle cementificazioni e urbanizzazioni. Come costruire pratiche di lotta glocali al capitalismo esaltando la pluralità delle nostre diversità?


  • Differenza, meglio diversità! Differenza è una parola che allontana, crea distanza e favorisce discriminazioni soprattutto per chi viene da un percorso trans*, intersex e/o asessuale. Diversità è un concetto che porta a valore la specificità di ognunə di noi, di ogni corpo, di ogni individuo, di ogni elemento di questo ecosistema (Nota 3). Incontrare e farsi meravigliare dalla diversità è un esercizio fondamentale. Come fare a decentralizzarsi in questo sistema, come fare un passo indietro per ascoltare e imparare? Quali sono gli spazi per non essere al centro nei contesti che attraversiamo? Imporre norme e categorie è alla base della violenza sistemica. La categoria di sesso ad esempio è una categoria politica che assegna e determina ruoli utili al sistema. È l'oppressione che crea la necessità di categorie sessuali e non il contrario. Le diversità vanno rimarcate e verbalizzate e agite? In un sistema di oppressioni affermare la propria esistenza, pretenderne il riconoscimento fa parte della lotta per l'autodeterminazione e la liberazione? Cosa determina il "a me non interessa che si nomini di che genere siamo? E la fatica di usare la u o la schwa non esprime forse il non riconoscimento e l'invisibilazzazione degli altri generi? Come costruire un mondo in cui la diversità non faccia paura ma sia un valore collettivo? Cosa vuol dire parlare di giustizia riproduttiva? Ogni persona al di là del genere e della specie a cui appartiene ha il diritto, se lo desidera, di riprodursi o di interrompere la gravidanza. Perché non esplicitarlo nel nostro parlare? Perchè non riconoscerlo? Il riconoscere solo alle "donne" il ruolo di madri/non madri nelle nostre lotte non significa escludere e invisibilizzare il fatto che uomini, persone non binarie e intersex abbiano potenzialità gestanti? Lavorare per la collettivizzazione della cura e della riproduzione contro l'imposizione del concetto oppressivo di famiglia nucleare la cui etimologia ("insieme di schiavi") ne è la riprova è una possibile risposta? (Nota 2).


  • Stigmatizzazione del lavoro sessuale e maternità surrogata sono i grandi temi spesso non affrontati perché ritenuti "divisivi". Quando se ne parla e si ripropone il tema del lavoro sessuale come scelta e della maternitá surrogata ammissibile quando consensuata sempre arriva la fatidica domanda: Fino a dove è consenso, fino a dove c'è una scelta libera? Ci chiediamo e vi chiediamo perché questa domanda emerge continuamente e solo in relazione al lavoro sessuale o alla riproduzione? Fino a dove c'è consenso e libertà nel lavorare nella cura agli anziani senza contratto e documenti? In una fabbrica della morte come l'ILVA? In una fabbrica di armi? In una multinazionale del fossile? Perché questa domanda si pone sempre e solo quando la scelta lavorativa esce dalla norma riproduttiva imposta ai corpi tutti?


Note


  1. Libro Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale, ombre rosse edizioni

  2. La monogamia non è una pratica, ma un sistema e un modo di pensare di Brigitte Vasallo

  3. Siamo tutti diversi! Per una teologia queer, di Teresa Forcades

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